1. La Grande Illusione, e i suoi contraccolpi
Ci sono due pericoli nel modo con cui imprese, persone e territori cominciano ad affrontare la crisi, provati dalla fine di una grande illusione (quella della produzione di valore dal nulla) e delusi dalla sua rovinosa, e improvvisa, fine.
Il primo è quello di stare alla finestra, aspettando che il peggio passi, non solo per ragioni oggettive (minori convenienze e disponibilità finanziarie da investire), ma anche per l’abbassamento dell’orizzonte strategico al breve e brevissimo periodo, secondo la massima: primum vivere, deinde …… Il progredire della recessione ingigantisce i bisogni legati alla sopravvivenza, rendendo difficile immaginare un futuro diverso dall’esistente, prodotto dall’innovazione.
Il secondo pericolo è di trasformare questo atteggiamento, a metà tra il prudente e l’attendista, in una visione capovolta del mondo e del futuro possibile. Una visione che, appunto, rovescia le precedenti certezze, tornando in negativo a quello che c’era “prima” e a quello che “stavamo perdendo”, per colpa di una modernizzazione proiettata verso il globale e l’immateriale. Sotto la pressione degli eventi, molti finiscono così per recuperare elementi che sembravano fino a poco tempo fa superati e da superare, e che ora – dopo una sommaria spolveratina – vengono rimessi in fretta e furia al centro della vita, del lavoro e della produzione ciò che. Tornano così di moda tutta una serie di connotati tradizionali (il materiale, il locale, il pratico, l’intuitivo, l’abitudinario), che hanno perso le precedenti connotazioni negative, e che oggi – in certe rivisitazioni rovesciate del possibile – appaiono più fascinosi e promettenti dei loro opposti iper-moderni (l’immateriale, il globale, l’immaginario, il formale, il mutevole). Soprattutto siamo diventati iper-sensibili e insofferenti verso il carattere fluido, instabile, del mondo attuale in cui cambia continuamente tutto, e cambiano di conseguenza tutti.
2. E’ la fine prematura dell’immateriale? Non credeteci
La finanza facile ha creato un mondo virtuale che sembrava sicuro e affascinante fino a che è durato. La sua implosione ha alzato una barriera di diffidenza verso tutto quello che non si vede e non si tocca con mano. In questo precipitoso ritorno verso il “materiale” e verso la conoscenza diretta, pratica, delle cose, c’è un po’ dello scetticismo verso il futuro che ci aspetta e molto della nostalgia – ancora coltivata e protetta – per il bel tempo andato. Quando la vita era ancorata a poche ma solide cose, che erano i punti fermi intorno a cui organizzare la vita, il lavoro e la produzione.
Sono queste certezze – o per lo meno l’illusione di queste certezze – a tornare di moda, nel mezzo di uno sboom che distrugge non solo i capitali investiti ma anche la fiducia nel futuro e nei suoi rendimenti. E’ come se, per effetto del contraccolpo subito, gli orologi della storia fossero rimessi indietro di cinquant’anni e più: la modernità che puntava verso il virtuale sembra adesso così effimera da essere sopravanzata, sul piano dei modelli ideali di riferimento, dal “piccolo mondo antico” della produzione materiale, ancorata agli stessi bisogni di sempre. Un mondo permeato di nostalgia, in cui si torna a dare valore agli oggetti utili, anche se privi di fantasia; ai rapporti – personali e diretti – con i soliti fornitori, clienti, consumatori (quelli che si conoscono da una vita); alle certezze costruite intorno al desiderio di non-cambiamento, in nome della continuità che recupera la tradizione, le forme pre-moderne di produzione, il localismo che bisogna proteggere dalla globalizzazione infausta e pericolosa.
3. Più conoscenza e più relazioni. Ossia più servizi
Ma – bisogna dirlo – questo modo di leggere la crisi e di reagire all’incertezza che da essa promana è radicalmente sbagliato.
Per diverse ragioni.
Prima di tutto, dimostra quando poco si sia capito della natura della crisi con cui abbiamo a che fare. I valori generati dalla finanza, che scommette sui rendimenti futuri di certi assets, e i valori generati dalla conoscenza, che quei rendimenti realizza sono il fondamento della società moderna, sono intangibili nel presente perché attualizzano aspettative future. Ma questo è del tutto naturale, e forse dovremmo esserci abituati vivendo da due secoli e mezzo in una società plasmata dallo spirito della modernità, che è per definizione proiettato sul futuro e sul cambiamento che lo realizza.
Ma, tra le due forme di intangibilità che attualizzano il futuro, trasformandolo in valori spendibili nel presente. C’è una differenza di fondo. La “finanza facile” mette all’asta promesse di arricchimento che sono, infatti, separate dal paziente, e quotidiano, lavoro di costruzione effettiva del futuro. Si scommette su qualcosa che altri forse realizzerà: ma, salvo mettere a disposizione dei mezzi finanziari, non si contribuisce in modo concreto alla traduzione di tali mezzi in innovazioni, lavori, sperimentazioni pratiche, decisioni, comunicazioni, impegni. Il finanziatore di una banca, di un fondo di gestione del risparmio, di un’azienda quotata in borsa non sa nemmeno bene dove vadano a finire i suoi soldi, e, anche se lo sa, non sa per quanto tempo e perché resteranno impiegati in una certa cosa. L’evoluzione della finanza ha finito per separare investimento e finanziamento, mettendo queste due attività agli estremi di una catena di passaggi che ha creato una distanza e una reciproca estraneità. L’azienda familiare o la banca locale, dove rimane un rapporto duraturo e impegnativo tra chi finanzia e chi investe sono, tutto sommato, eccezioni alla regola.
Al contrario, i produttori e gli users della conoscenza non si limitano a scommettere sul buon esito degli investimenti fatti. Essi si impegnano direttamente nella realizzazione delle promesse di cui sono, reciprocamente, portatori. Essi esplorano giorno per giorno le possibilità pratiche, sperimentali, di creare valore sul mercato, agendo sulla capacità tecnologica, sui significati, sulle esperienze e sulla rete di relazioni che tiene insieme la filiera.
Dunque, c’è immateriale e immateriale. Quello del “denaro che produce denaro” si appoggia ad aspettative, promesse e talvolta millantato credito di chi scommette su qualcosa di cui non si prende direttamente la responsabilità pratica, realizzativa. L’immateriale che invece riguarda le competenze tecnologiche e professionali, i significati di uso, le esperienze di consumo, le relazioni di fiducia e di servizio tra i diversi soggetti e interessi delle filiere produttive è un work in progress, designando un insieme di processi molto concreti che sono in cammino verso il futuro progettato. L’immateriale, in questo senso, è la tensione progettuale che parte dall’esistente, ma non si limita ad esso, inducendo a guardare oltre l’esistente. Per questo i suoi assets sono definiti dalle risorse che rendono possibile il cambiamento: non solo le macchine, non solo i calcoli di ottimizzazione di quello che ch’è, ma – accanto a questo - la capacità di immaginare ciò che ancora non c’è, ma che è possibile realizzare, scegliendo una strada, prefigurando un punto di arrivo, convincendo altri della sua sensatezza.
E’ per questo che l’immaterialità – in quanto risorsa che prepara cognitivamente il futuro – non tramonterà, sotto i colpi della delusione per la finanza che tradisce le sue promesse.
L’immateriale è la conoscenza che pervade il lavoro, la produzione e il consumo, e, in questo ruolo, possiamo dire che è saldamente insediata nel cuore della modernità. E’ improbabile che possiamo farne a meno, nonostante quello che si dice e si pensa. Se non altro perché la conoscenza ha messo al servizio della produzione moderna la forza delle sue capacità moltiplicative, che rendono possibile ricavare da ogni ora di lavoro (immateriale) prestato un valore crescente al crescere del bacino degli usi di quanto si sa e si sa fare. La produttività e il reddito pro-capite di cui disponiamo dipendono in gran parte dalla possibilità di sfruttare sino in fondo questo vantaggio decisivo.
Ecco perché questa crisi, per quanto possa essere severa in termini di contrazione delle quantità coinvolte, non arresterà affatto la globalizzazione e la smaterializzazione, i due trend portanti del prossimo futuro. Al massimo, formerà su queste due onde delle increspature che non ne mutano la natura di fondo.
C’è poi un secondo aspetto da considerare: il circuito della propagazione della conoscenza, che genera valore moltiplicando i produttori e gli utilizzatori che sono presenti nel circuito, può funzionare a dovere solo se vengono, nel contempo, rafforzate le relazioni tra tutti questi soggetti, rendendo responsabili e dunque affidabili (nei confronti degli altri) i diversi soggetti che partecipano alle filiere produttive.
Non abbiamo solo bisogno di immateriale, ma di reti di impegni, di responsabilità e fiducia che rendano governabile la propagazione e il ri-uso delle risorse immateriali (idee, tecnologie, significati) di cui disponiamo.
4. Il fatto nuovo: legami e servizi che generano valore e produttività
Ecco da dove nasce la nuova centralità dei servizi, che si propone come l’asse di un nuovo percorso di sviluppo, in rapporto alla crescita dell’incertezza e dunque del bisogno di governance delle relazioni.
Ci avviamo verso un’economia dei servizi e verso una società dei servizi in forza dei legami che devono stabilirsi tra i diversi soggetti presenti nelle filiere di produzione e uso della conoscenza. Sono questi legami, sempre più rilevanti e essenziali, a definire il ruolo dei servizi nella nuova modernità, che fa fronte all’incertezza e alla complessità dei sistemi di produzione del valore, oggi.
Non si tratta della “vecchia” e ormai tradizionale terziarizzazione, che lasciava il ruolo trainante – in termini di innovazione e di modernità – all’industria, gonfiando l’occupazione nel terziario in forza della sua scarsa produttività. Se i servizi crescono è perché i legami che li accompagnano sono la premessa che consente di sfruttare appieno il potenziale intellettuale latente, e ancora poco o male utilizzato, nelle imprese, nelle persone, nei territori. E’ l’impiego congiunto di conoscenza e servizi che genera, nel mondo di oggi, la maggior parte della produttività e della crescita.
Globalizzazione e smaterializzazione sono, infatti, sostenibili, nella loro espansione che ha effetti moltiplicativi sul valore, solo se sono accompagnate dallo sviluppo parallelo di reti che connettono, in modo affidabile, produttori e utilizzatori nel vasto e insicuro sistema mondiale. Se le conoscenze codificate impiegate in usi banali possono essere moltiplicate usando forme massificate e anonime di relazione (dai call center remoti ai contratti impersonali, di puro mercato), ogni volta che si tratta di produrre e propagare conoscenze fuori standard e contestuali, adatte a problemi complessi e mutevoli, diventa fondamentale il tessuto relazionale che si appoggia ai legami e ad un atteggiamento di servizio, nelle filiere, per cui ciascuno si rende utile agli altri, con cui si trova in un rapporto di interdipendenza.
L’inedita centralità dei servizi, in quando tessuto connettivo che consente lo sviluppo delle conoscenze complesse, implica, da questo punto di vista, una demarcazione abbastanza netta tra nuovi e vecchi servizi, tra nuova e vecchia terziarizzazione.
Il rapporto con l’innovazione e la produttività è, da questo punto di vista, la variabile discriminante.
5. La sfida di oggi: la governabilità delle interdipendenze complesse create da globalizzazione e smaterializzazione
Se dobbiamo trovare una causa profonda per la crisi finanziaria di questi mesi, essa è certamente nella netta caduta delle nostre capacità di governo dei processi moltiplicativi che globalizzazione e smaterializzazione hanno messo in moto.
Qualche miliardo di persone è entrato nel circuito della conoscenza moderna, con effetti clamorosi dal punto di vista dei tassi di crescita, ma anche con la creazione di tutta una serie di squilibri, effetti imprevisti, bolle speculative che hanno una causa comune: l’aumento dell’interdipendenza non governata di tutti con tutti.
Non sono gli Stati nazionali a poterla governare, perché la propagazione globale della conoscenza ha limitato e condizionato seriamente il loro potere sovrano sull’economia nazionale.
Non sono nemmeno i mercati o le grandi imprese, perché la conoscenza è diventata forza produttiva diffusa espandendosi fuori e oltre i confini del classico rapporto tra parti totalmente indipendenti (mercato) o tra parti totalmente dipendenti l’una dall’altra (grande impresa).
L’interdipendenza è un’altra cosa e richiede un investimento in capacità di governance dei rischi di interdipendenza, mediante l’ispessimento delle reti, lo sviluppo di legami fiduciari e reciproci, la diffusione di rapporti di servizio che possono rendere flessibili e intelligenti le filiere, favorendo la loro capacità di condivisione della conoscenza e di costruzione collettiva del futuro.
Nella convulsa dinamica della crisi attuale si legge ad occhio nudo il peso decisivo che ormai ha, nella produzione di valore, l’interdipendenza tra finanziatori e finanziati, tra pubblico e privato, tra imprese a monte e a valle delle filiere, tra economia di un paese ed economia degli altri paesi. Ma la crisi finanziaria è solo la punta dell’iceberg. Essa riassume infatti un insieme di fattori di disagio e di insostenibilità che l’hanno preparata, rendendo le sue premesse invisibili ai nostri occhi e rendendoci incapaci di affrontarla su terreno reale del suo sviluppo: quella degli automatismi della modernità a cui sin qui abbiamo delegato la “missione”di controllare l’interdipendenza non governata creata dallo sviluppo.
Scienza, tecnologia, mercato, calcolo, burocrazie, norme astratte e universali hanno reso sempre più specializzato, e perciò interdipendente, il mondo in cui viviamo e in cui produciamo, senza predisporre mezzi adeguati di governo per controllare i rischi insiti in tale interdipendenza. L’internazionalizzazione che ha messo insieme, nello stesso “villaggio globale”, paesi e culture molto diverse tra loro e prive di sintesi politica a livello internazionale, ha moltiplicato l’interdipendenza riducendo al minimo i mezzi di governo con cui affrontare le fluttuazioni e le discrasie che inevitabilmente ne sarebbero conseguite. Non meravigliamoci se l’epicentro della crisi è negli Stati Uniti, epicentro di un sistema che dilata la sua presenza economica nel mondo ma che non è più abbastanza egemone da riuscire a regolarli de disciplinarli nelle aree di possibile instabilità, come quella finanziaria.
6. Come recuperare capacità di governo sull’interdipendenza
Sarebbe ingenuo pensare che a questo problema si possa rispondere riducendo il livello di interdipendenza accettato, ossia tornando a circuiti limitati e ben confinati di produzione e di vita quotidiana. L’interdipendenza cresce, infatti, perché è questa è la condizione che consente moltiplicare il valore generato dalla conoscenza di cui disponiamo.
La propagazione della conoscenza richiede infatti che la rete delle relazioni tra chi produce e chi utilizza la conoscenza sia la più estesa possibile. Non solo: serve anche che la rete sia abbastanza affidabile per i diversi attori della filiera, da accrescere il grado di specializzazione di ciascuno, e dunque il grado di ri-uso della conoscenza altrui.
Non ci saranno dunque arretramenti sul fronte dell’interdipendenza, se non arretramenti destinati a rivelarsi disastrosi e dunque a regredire rapidamente. La soluzione è un’altra: quella di migliorare la nostre capacità di governo dell’interdipendenza, e dunque dei processi di condivisione della conoscenza a scala ampia, più estesa possibile.
Ma la governance di un sistema produttivo e sociale non si cambia per decreto, né attraverso l’adattamento spontaneo. Ogni grande innovazione nella governance dei paradigmi produttivi è passata attraverso una crisi abbastanza grande da sollecitare la ricerca di punti di vista alternativi e di soluzioni nuove e radicali, rispetto alle precedenti. E’ quello che Freeman e Perez hanno chiamato il mis-matching iniziale, da cui nasce e trova forma compiuta, un nuovo paradigma produttivo.
7. La nascita di un nuovo paradigma: oltre il mis-matching iniziale
L’idea è semplice e fa al nostro caso. Quando un paradigma produttivo nascente prende forma, emergendo entro la cornice del paradigma precedente, esso mette in azione forze produttive di tipo nuovo che si trovano ad operare, tuttavia, entro la cornice istituzionale, e di governance, fornita dal paradigma precedente.
Il mis-matching tra nuovo e vecchio, tra forze produttive emergenti e vecchi modelli di governance, è dunque inevitabile. Anzi è la premessa per “prendere sul serio” le nuove esigenze di governo e i nuovi modi di organizzare la produzione.
Fino a che il mis-matching non si verifica vuol dire che il nuovo, nella produzione, non è abbastanza importante e potente da scardinare la vecchia macchina istituzionale. Dopo il mis-matching, invece le cose cambiano perché, per uscire dalla crisi, si va alla ricerca di soluzioni nuove, adeguate a esigenze che sono iscritte nel presente invece che essere ereditate dal passato.
E’ quanto è successo, ad esempio, negli anni venti con l’avvento del fordismo, quando la produzione di massa ha moltiplicato i volumi di merci offerte al mercato senza essere però capace di far crescere in modo parallelo la domanda. C’è voluto il keynesimo e il welfare State per sciogliere il mis-matching che frenava le forze produttive del nascente paradigma fordista, col riconoscimento del sindacato nel mercato del lavoro e colla crescita del welfare pubblico, in modo che l’offerta di massa trovasse, come controparte, una domanda di consumi altrettanto di massa.
Oggi, il paradigma emergente – che ha fatto le prime prove di assestamento nel trentennio 1970-2000, si basa su una forma di intelligenza che è radicalmente diversa da quella elaborata dal paradigma fordista (deterministica, centralizzata, gerarchica).
La crescita della complessità – intesa come varietà, variabilità e indeterminazione – che ha messo in crisi il funzionamento dei meccanismi di creazione di valore su cui si basava il paradigma fordista (calcolo, programmazione, management, sistemi esperti), finalizzati ad ottimizzare le soluzioni (one best way) e a programmarne la replicazione efficiente (standard, volumi, spersonalizzazione).
Se la complessità in cui siamo chiamati a vivere e a produrre supera certe soglie, la risposta non può essere solo e tanto quella dell’efficienza deterministica, in chiave fordista, ma anche quella, postfordista, che punta alla flessibilità e alla creatività. Due prestazioni che chiamano in causa l’intelligenza diffusa delle persone (imprenditori, professionisti, knowledge workers, consumatori, comunità, istituzioni locali) e del capitalismo imprenditoriale decentrato, a rete.
L’intelligenza diffusa ha bisogno tuttavia di alimentare la condivisione della conoscenza a scala sempre maggiore e questo crea un grande problema di governance del valore, perché mercato e gerarchia, per motivi diversi, sono istituzioni del tutto inadeguate a governare l’uso della conoscenza condivisa. Servono nuove istituzioni, senza le quali il paradigma postfordista dell’intelligenza diffusa – unica risposta organica alla crisi strisciante del fordismo – non potrà svilupparsi e irrobustirsi a sufficienza.
8. Guardare avanti (non indietro)
Per uscire dalla crisi del fordismo, e far nascere il nuovo paradigma dell’intelligenza diffusa, c’è bisogno di sciogliere il mismatching tra condivisione della conoscenza a scala globale e gli insufficienti mezzi di governance della interdipendenza che questa condivisione oggi non sono in grado di disciplinare e sorreggere.
E’ una sfida, un mismatching, che non può essere affrontato illudendosi, come molti ancora fanno, di poter tornare indietro alla golden age del mercato, ottocentesca, o della gerarchia della grande impresa, che ha dominato il novecento. Per il nuovo secolo, e il nuovo millennio, serve una forma di governance nuova, che sia adeguata al paradigma produttivo dell’intelligenza diffusa. Una forma di governance che conta su un legante di tipo nuovo (la “forza dei legami deboli”) e che, ai nostri fini, possiamo riassumere in tre idee: più servizi, più reti, più valore.
- più servizi, nel senso del legame consapevolmente scelto e organizzato tra chi produce conoscenza e chi la utilizza. Questo è il nuovo significato di servizio, oggi: il mettere la propria conoscenza e la propria capacità distintiva “al servizio” dei tanti possibili utilizzatori – tutti diversi e tutti esigenti – che ne possono trarre utilità. Nella società postfordista della conoscenza, infatti, il servizio, ormai, non si identifica più, come in passato, con la prestazione immateriale che, per mancanza di un mediatore fisico (il bene), creava un legame involontario, subito, tra chi offre e chi domanda. Un legame di cui le parti dello scambio avrebbero fatto volentieri a meno, perché, obbligando alla “vicinanza” spaziale e temporale tra chi offre e chi richiede la prestazione, finiva da un lato per frenare la modernizzazione dell’offerta e, dall’altro, per costringere la domanda a pagare molto il servizio di cui aveva bisogno. Le tecnologie che rendono trasferibile la conoscenza, nelle sue forme codificate (ICT, media, linguaggi formali) hanno consentito, anche nel campo dei servizi, di rompere il legame necessitato, che domanda e offerta hanno subito per tanto tempo. Volendo oggi possono liberarsi, portando la prestazione sul mercato in modo impersonale, standardizzato, universale come è accaduto con i beni materiali in passato. Ma è proprio quello che vogliono, e che serve? Mentre alcuni servizi, per questa via stanno diventando standard, e low cost, attraverso forme inedite di fordismo ritardato, è vero in parallelo che – sia nel campo della produzione di beni, che in quello della produzione di servizi – la complessità richiede forme flessibili e creative di risposta ad una domanda che diventa sempre più esigente e personalizzata. Ma, se si tratta di esplorare insieme il mondo del possibile, tra chi offre la conoscenza e chi la usa, serve un legame consapevolmente scelto. Non solo per avere una sufficiente attenzione e fiducia nel rapporto, ma per dare forma organizzata – equa e non predatoria – all’uso della conoscenza che viene messa in comune.
- più reti significa che il legame di servizio, consapevolmente scelto e costruito dalle parti, non deve rinunciare alle economie di replicazione che sono raggiungibili estendendo il bacino dei potenziali usi oltre i confini proprietari della singola azienda, oltre il circuito locale del territorio di origine, oltre il settore in cui certe soluzioni si sono inizialmente sviluppate, oltre l’orizzonte di senso che era presente ai primi “esploratori”. Le reti servono non a legare, ma ad andare oltre, estendendo a rischio i legami al di là del circuito già collaudato e rassicurante. Le reti creano legami a distanza mobilitando le risorse connettive di cui oggi disponiamo, ossia le capacità di comunicazione, logistica e garanzia che possono essere esercitate anche nel contesto dell’economia globale, ma sempre sulla base del riconoscimento reciproco e del “legame debole”, per cui ciascuno sta in rete con altri a cui tiene, e non semplicemente a cui è legato da un vincolo di necessità. L’intelligenza diffusa vive nelle reti, e non potrebbe essere alimentata e diffondersi senza di esse, perché costerebbe troppo svilupparla a piccola scala. Le reti non riguardano solo le imprese, ma anche la società e le persone a cui le imprese ricorrono quando si trovano ad affrontare cose nuove. Le reti sociali e interpersonali hanno la fondamentale funzione di alimentare la creazione di eccedenze cognitive, ossia di idee e di relazioni che non sono immediatamente utili, ma che corrispondono alla passione o ai capricci delle tante intelligenze sollecitate. Queste “riserve” di immaginazione e di sapere vengono mobilitate e entrano nel circuito della valorizzazione economica ogni volta che ci si trova ad affrontare qualcosa di nuovo, che richiede punti di vista non convenzionali. Dunque, c’è anche un legame di servizio tra imprese e persone, tra imprese e società: un legame che, come abbiamo detto, una volta era subito e che oggi deve essere consapevolmente costruito, per governare la loro reciproca interdipendenza.
- più valore, nel senso che – dal punto di vista economico e aziendale – legami di servizio e reti di propagazione/differenziazione della conoscenza sono rilevanti in quanto generano valore, rendendo sostenibili gli investimenti compiuti nella loro creazione iniziale. I circuiti di servizio e di rete oggi devono essere considerati dal punto di vista non solo della loro redditività corrente, ma della loro capacità auto-propulsiva di lungo termine, ossia della loro sostenibilità, intesa come capacità di riprodurre le proprie premesse. Riconoscere ai diversi membri di una filiera o di una società quella parte del valore complessivamente prodotto che serve a riprodurre le loro premesse e dunque a continuare la collaborazione, è una forma fondamentale di governance dei conflitti e delle differenze che possono affacciarsi nell’esperienza di ogni giorno.
L’economia dei servizi di oggi è un laboratorio dove legami, reti e sostenibilità si intrecciano.
Saper governare le dinamiche che in questo laboratorio prendono forma è il modo per trovare il modo di uscire dalla crisi del fordismo, costruendo passo per passo, azienda per azienda, l’economia di un paradigma alternativo, basato sull’uso produttivo dell’intelligenza diffusa, e del suo contesto di governance: legami, reti, sostenibilità.
Enzo Rullani
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