In Italia si innova, ma non troppo



Italia: un paese che innova “con moderazione e parsimonia”? (quasi che troppa innovazione potesse far male). È questo il giudizio che esce dall’ultima edizione dell’European innovation scoreboard 2008 (Eis), elaborato della Commissione europea con la collaborazione scientifica del team del Cnr-Irpss (Il Sole 24 Ore febbraio 2009).

Nell’indice sintetico dell’innovazione, che va da zero a uno, la performance dell’Italia risulta essere dello 0,35. Non male, ma nemmeno troppo bene. Al solito, il nostro bicchiere è mezzo pieno e mezzo vuoto, come si conviene ad un paese complesso, e un po’ confuso. Gli esperti della Commissione europea per valutare, in un arco di 5 anni, l’innovazione, hanno adottato 29 variabili  aggregate in tre aree: l’attività delle imprese, la qualità delle risorse umane, la dotazione tecnologica infrastrutturale e la capacità di assorbire tecnologie trasformandole in innovazione. La classifica dell’innovazione non è basata solo sulla spesa degli Stati e dei privati in R&S ma, per la prima volta, sul contesto di infrastrutture socio-economiche e istituzionali in cui le imprese operano.

L’European innovation scoreboard del 2008 ha diviso i 27 Paesi dell’Unione più la Croazia, la Turchia, l’Islanda, la Norvegia e la Svizzera in quattro gironi. L’Italia si colloca nel girone della “moderata capacità innovativa”, considerando il suo miglioramento sul versante della qualità delle risorse umane, del sostegno finanziario all’innovazione e nei processi e prodotti intermedi (tra cui i brevetti). Tutto ciò è avvenuto grazie alla crescita dei laureati (+8,8%) e dei dottorati (+22,7%) in materie scientifiche e ingegneria e in scienze sociali e umanistiche e del rilevante sviluppo degli accessi aziendali alla banda larga (+18,6%) e dei marchi di fabbrica (+4,7%). Non altrettanto buono è l’andamento degli investimenti industriali e delle performance della capacità innovativa. E qui la colpa viene data alla morfologia industriale del Paese, caratterizzato dalla presenza di numerose piccole, piccolissime e micro aziende che possono investire in modo limitato in Ricerca e sviluppo.

Ma è proprio vero che se sei piccolo e locale non puoi innovare?

Ci sono tanti esempi di successo che ci dicono che non è affatto detto. I semi dell’innovazione, in Italia ci sono, e di buona qualità. Forse è il terreno che dovrebbe farli crescere e propagare che lascia a desiderare.

E su questo contesto che bisogna lavorare per promuovere una più intensa l’innovazione nel nostro paese, rendendo sostenibile anche l’investimento in ricerca e sviluppo per le PMI. Che non hanno questa possibilità se lavorano isolatamente. Ma che possono diventare specialisti eccellenti, capaci di competere, nel loro campo, a scala mondiale, se fanno parte di reti imprenditorialmente vivaci e affidabili.

Un numero crescente di aziende, infatti, ha adottato strategie collaborative nelle filiere di appartenenza e nel territorio, facendo rete con altri specialisti. In questo modo, le imprese  possono condividere costi e rischi, migliorare la performance, superare i vincoli dimensionali, diventando parte attiva di un più vasto e intenso processo di innovazione. I distretti industriali e le catene di fornitura, nei casi maggiormente dinamici, hanno mostrato il potenziale innovativo insito nel binomio piccola impresa specializzata e rete.

La rete di imprese può supportare inoltre lo sviluppo di sinergie sia per accedere a servizi comuni per sviluppare la propria attività, sia per condividere conoscenze al fine di realizzare insieme progetti di ricerca comuni.

E’ quello che i francesi chiamano il ricorso al milieu innovateur.

Nel milieu operano anche molti operatori che non sono imprese ma che hanno competenze e fanno investimenti complementari alle imprese. Non sempre scegliendo bene i campi di azione, ma comunque presidiando funzioni difficili, che le singole imprese non riuscirebbero a fare

Tale situazione si riscontra nei Parchi Scientifici tecnologici (PST), in cui la prossimità spaziale supporta l’integrazione tra la ricerca e lo sviluppo di PMI, attraverso lo sviluppo di una fitta rete di relazioni che unisce i diversi attori. I Parchi Scientifici Tecnologici sono considerati dal CNR quali aree localizzate in prossimità di strutture universitarie e/o di ricerca avanzata (centri di eccellenza), in grado di favorire l’insediamento di nuove attività ad alto contenuto scientifico e tecnologico, anche con nuove imprese.

Il PST è divenuto inoltre strumento valido per la messa in opera dell’innovazione attraverso operazioni integrate di sviluppo. Il Parco offre servizi a valore aggiunto in grado di rispondere alle esigenze di formazione, informazione, orientamento e assistenza sui temi della gestione aziendale e dello sviluppo dell’innovazione. Centri, Istituti e Società insediate possono disporre di un’ampia gamma di servizi, di strutture attrezzate con apparecchiature all’avanguardia, di strutture congressuali e per la ristorazione, strutture didattiche, foresteria, servizi tecnologici, e servizi comuni. Le attività del Parco comprendono inoltre assistenza finanziaria e contrattuale, informativa e commerciale, al fine di sostenere l’attività di ricerca e di sviluppo tecnologico come prodotto trasferibile al mercato. Il focus si sposta dallo sviluppo di conoscenze (ricerca scientifica) allo sviluppo delle applicazioni (ricerca tecnologica), promuovendo la creazione di imprese innovative. Alcuni esempi? Pensiamo a Friuli Innovazione di Udine, ad Area Science Park di Trieste, a Kilometro Rosso di Bergamo, a RAF Science Park di Milano, ed Environment Park di Torino…

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