Alla scoperta del terziario che innova



L’imperatore è nudo.

Alla fine qualcuno se n’è accorto e l’ha detto, anche a rischio di dissacrare, come Fantozzi, la mitica corazzata Potiomkin cui tutti fanno la riverenza di rito: il sentiero dello sviluppo italiano passa per “una forte innovazione nei servizi”, che forniscono ormai il 78% del valore aggiunto e che, purtroppo, non brillano in media per il loro contenuto di innovazione. E’ quanto sostiene, su Il Messaggero del 21 settembre Oscar Giannino, raccogliendo le sollecitazioni dei giovani di Confcommercio a Venezia, nel meeting di Ambrosetti.

Dunque, l’innovazione nei servizi è strategica per l’evoluzione competitiva del sistema italiano nel suo complesso. L’attenzione politica a questo problema rimane tuttavia insufficiente, quasi che si trattasse di un problema “di settore” e non una questione di vitale importanza per tutti, in primis per le imprese industriali, che – per innovare e far rendere la conoscenza – fanno ricorso ormai ad una rete di intelligenza terziaria di grande peso, dalla commercializzazione agli approvvigionamenti, dalla finanza alla ricerca.

Giannino ha detto una cosa giusta, che è iscritta da tempo nella realtà, ma che – per le ragioni più varie – ci si rifiuta di vedere. In pochi se ne accorgono, in pochi si comportano di conseguenza. Per questo, serve dire ancora una volta che l’imperatore è nudo. E’ un richiamo alla necessità di usare nuovi occhi e nuovi parametri.

E’ quello che da tempo, al CFMT, abbiamo cercato di fare, portando avanti un’ipotesi di ricerca semplice ma ancora poco seguita: l’ipotesi che la traiettoria dell’innovazione, in Italia come in tutti i paesi avanzati, debba necessariamente passare per l’innovazione nei servizi, o per lo sviluppo sempre più rilevante di servizi innovativi, rivolti alle imprese e alle persone. E ciò nell’interesse della produttività generale del sistema – certo – ma anche nell’interesse della manifattura, che può innovare e rendere solo se usa a piene mani l’intelligenza terziaria disponibile nel sistema, facendola rendere.

La “guerra” tra manifattura e servizi, che nel nostro paese si affianca spesso a quella che contrappone piccole e grandi imprese, è ormai un esercizio retorico, buono al più per commentare statistiche che sono rigorosamente pensate in questi termini o per rinfocolare le appartenenza associative. In realtà, la produzione di oggi, sia nei servizi che nella manifattura, utilizza filiere in cui sono presenti trasformazioni materiali e immateriali, piccole e grandi imprese, in ruoli complementari. La materia prima di queste filiere è la stessa (conoscenza e relazioni) e il prodotto finale fornisce sì prestazioni materiali, ma ha valore soprattutto per i significati, per le esperienze, per le identità e i servizi che sono ad esso associati.

E’ l’intelligenza terziaria, sviluppata in queste funzioni, a mettere in movimento gli esploratori del nuovo e del possibile. Quegli esploratori da cui dobbiamo aspettarci la crescita del valore pro-capite prodotto e il recupero della competitività in tutti i settori del made in Italy.

Se il terziario (tradizionale) è un settore che “pesa”, in termini statistici, l’immateriale è un campo di azione che, invece, “conta” in termini di idee, crescita potenziale e profitti attesi, potendo mettere in movimento – meglio di altri – la potenza moltiplicativa del capitalismo globale della conoscenza. Trasformare il primo nel secondo è un grande progetto, che può cambiare la vita delle singole aziende, ma anche la politica economica del paese.

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