Business People lo dice in uno dei suoi ultimi numeri: bisogna re-inventare la formazione. Altrimenti rischia di avvitarsi in esperienze routinarie che ribadiscono il senso comune, e poco più.
Per rompere gli schemi, si inventa di tutto: dall’immersione nelle acque di un acquario in compagnia degli squali, al più classico (ormai!) orienteering, dal team building attraverso lo sport (il Rugby, ad esempio, nell’esperienza del CFMT) alla teatralizzazione.
Ma piacciono a tutti? Non sempre. Per gli “irriducibili”, rimane una distanza incolmabile tra queste modalità di intervento formativo e le reali esigenze di acquisizione di nuove conoscenze/competenze funzionali al ruolo ricoperto nell’organizzazione. Ci sono però anche gli “entusiasti”, che hanno scoperto i reconditi significati di questo tipo di formazione e ne hanno declinato le metafore, sempre pronti a nuove esperienze e aperti alle infinite (potenzialmente) possibilità di nuovi modelli e logiche di formazione che si pongono loro.
Certo, oggi non si sa più bene che cosa sia una esperienza formativa all’altezza dei tempi. Il mondo è diventato complesso e la formazione tecnica (che addestra al problem solving) rischia di semplificare troppo le cose e di creare schemi pregiudiziali che sarà difficile rimuovere nella pratica, quando si rivelano inadeguato. Dunque si va alla ricerca del sorprendente che smarca dalle convinzioni pregresse, allenando a vedere le cose da punti di vista diversi dal solito. Tuttavia, guardando al modo con cui in concreto si procede, si coglie una certa confusione tra “mezzi” e “fini”. E’ più importante la sorpresa, ossia la metafora che pone un problema in modo inconsueto, o quello che la sorpresa può insegnare, una volta diventata riflessione sull’esperienza fuori dal comune? E questo, quasi sempre, dipende dal contesto in cui ci si troverà, poi, ad agire.
Non si tratta, dunque, di decidere se questo tipo di formazione ha un valore in quanto esperienza formativa, ma quale sia il contesto che la renderà, di fatto, utile nella sua applicazione.
Nel momento in cui, infatti, viene richiesto sempre più alle organizzazioni di innovare, ossia di trovare nuovi modi di stare sul mercato, diviene rilevante consentire ai managers di uscire – anche solo in via metaforica – dal pregiudizio del business as usual, abituando le persone a guardare le cose in una prospettiva diversa, che prepari ad un ruolo maggiormente attivo nell’organizzazione.
In effetti, è quanto dice chi queste esperienza l’ha fatta. IL CFMT, in una ricerca del 2008, ha rilevato un atteggiamento favorevole a questo approccio. La destrutturazione della formazione tradizionale, e l’adozione di modalità nuove, in cui viene messo l’accento sul confronto collaborativo e sulla componente emozionale, hanno ormai acquisito una dimensione centrale del processo formativo.
Il fabbisogno di polarizzare la formazione sui comportamenti oltre che sui contenuti consente infatti alle persone di fronteggiare in modo più flessibile e creati vola maggiore instabilità dei mercati, diffondendo forme organizzative più aperte e meno strutturate, nella logica del network. Soluzioni che richiedono non solo ai manager ma a tutta la struttura un maggiore livello di commitment e imprenditorialità.
E’ in questo contesto, allora, che le metafore della e nella formazione possono essere quegli occhiali nuovi attraverso i quali guardare a nuove possibilità, da scoprire all’interno dello spazio già praticato, o su terreni nuovi, in parallelo.
Il sapere che serve nell’economia della conoscenza è frutto di una intelligenza dinamica, che deve essere continuamente attualizzata, ricombinando e moltiplicando le conoscenze di cui si dispone.
Bisogna non “addormentare” con la routine questo tipo di intelligenza manageriale che deve trovarsi in continua evoluzione: una formazione fuori del comune, che stupisce e aiuta a capire i retroscena attraverso metafore destrutturanti può essere la premessa di questo approccio.
Basta non farne un mito. La palestra formativa non è mai all’altezza della vita reale. Ma può allenare a capirla in anticipo.
Roberta Sebastiani
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