Chris Anderson, direttore di Wired e autore della teoria della coda lunga, nel suo nuovo libro Free disegna lo scenario della nuova economia del gratuito. Free ha due significati: libero e gratuito ed entrambi fanno riferimento a Internet come base della nuova freeconomics.
La teoria marginalista definisce il valore di un prodotto sulla base non dei costi di produzione, ma dell’importanza che il consumatore gli attribuisce. Quindi il prezzo, in conseguenza della competizione tra le imprese, si avvicina sempre di più al costo “marginale”, cioè il costo dell’ultimo pezzo prodotto che incorpora solo i costi variabili (e non i costi fissi). Il costo marginale di produzione di un bene materiale può tendere allo zero, ma non lo può mai raggiungere perché ci sarà sempre un aspetto fisico in esso, mentre i beni immateriali, virtuali, cognitivi possono raggiungerlo. Conoscenza e l’informazione sono tra questi beni ed è proprio da qui che è partita la nuova area economica, quella del gratuito, grazie a Internet che è «il mercato più competitivo che il mondo abbia mai visto e il costo marginale delle tecnologie su cui si basa – potenza di calcolo, banda e spazio di archiviazione – ogni anno si avvicina sempre di più allo zero. Il gratis diventa non solo una possibilità, ma un esito inevitabile» soprattutto grazie alle nuove tecnologie che sono ormai arrivate ad azzerare quasi completamente i costi di distribuzione delle informazioni, (si pensi ai blog, ai social network come Facebook e Twitter, ma anche all’editoria digitale). Il costo di fare business online, che si basa sulla capacità dei processori sta andando molto velocemente verso lo zero. Anderson fa l’esempio dell’e-mail di Yahoo: è partito da una minima capienza di immagazzinamento dati per arrivare ora allo spazio illimitato.
Se i prodotti sono gratis come coprono i costi, (almeno quelli fissi) le aziende? Il modello di Google offre una risposta evidente a questa domanda: offre gratuitamente gran parte dei suoi prodotti più diffusi come il motore di ricerca e la posta elettronica, ma così facendo consegue tre obiettivi: amplia rapidamente il proprio mercato, fa diventare più allettante la pubblicità sui propri prodotti, ottiene (gratuitamente) un’enorme database sulle preferenze e le attività dei propri utenti che poi rivende.
Il punto è che distribuire prodotti gratis è la migliore forma di marketing di quelli a pagamento: dare via una versione gratuita del bene e far pagare quella più approfondita a quelli che la vogliono. Un esempio: la band inglese Radiohead ha lasciato scaricare dal web a milioni di utenti il suo ultimo album per un prezzo deciso dall’utente stesso, zero incluso. Invece di rimetterci i Radiohead si sono imbarcati nel loro tour di concerti di maggior successo da quando esistono. Di esempi ce ne sono decine. Freeconomics non vuol dire al 100% gratuito: ogni prodotto costituito da conoscenza può essere offerto in molte versioni, alcune gratuite e altre a pagamento. Per dimostrare quello che afferma, Anderson ha fatto così con il suo libro: diffuso in 12 versioni in varie forme digitali e cartacee di cui 4 gratuite che sono state scaricate da mezzo milione di persone allargando il mercato e attirando più persone verso il prodotto a pagamento.
Internet ha cambiato le regole del gioco e ogni settore (libri, giornali, musica, film, tutto quello il cui contenuto è digitalizzabile) dovrà trovare il suo nuovo equilibrio tra fonti di fatturato e contenuti gratuiti. Non si tratta di una panacea di tutti i mali, ma di un modello ormai diffuso con cui devono confrontarsi per prime le aziende di servizi, ma anche le aziende manifatturiere i cui prodotti contengono alti livelli di conoscenza. Bisogna in questo senso trovare il modo di appropriarsi di un pezzo del valore generato attraverso un’idea innovativa usando la replicazione per avere un rendimento dagli usi e rendere così sostenibile il processo innovativo. Le economie di replicazione e di scala di Internet fanno sì che se anche solo il 10% del bene viene pagato, i numeri siano già enormi. La sperimentazione di queste soluzioni è agli inizi, ma c’è un ampio spazio per trovare soluzioni nuove: bisogna in pratica ripensare il concetto di organizzazione della filiera produttiva, andando oltre il quadro di riferimento del diritto proprietario nella sua forma classica.
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