Uno degli stimoli più interessanti che emergono dall’indagine che è stata realizzata è la prospettiva di un “futuro”.
Anche se questa considerazione può sembrare apparentemente banale, se guardiamo ai comportamenti delle imprese la sensazione è che molte di queste, sia realtà di servizi che manifatturiere, si stiano muovendo quasi come se un futuro vero non esistesse.
Se pensiamo ad esempio alle modalità con le quali le diverse aziende stanno interpretando la necessità di attivare processi di razionalizzazione e di incremento di efficienza per migliorare la produttività (che nel terziario ancora rappresenta un tallone d’Achille) questa percezione diviene subito evidente.
La riduzione degli investimenti in comunicazione, se non compensata da una capacità di individuare nuove modalità più efficaci di trasferire un patrimonio informativo e di condividere senso e significati con i propri stakeholder, rischia di minare non solo la qualità ma anche la continuità della relazione soprattutto con le persone e le entità (anch’esse comunque fatte di persone) più importanti per l’azienda: i clienti, i fornitori (anche di capitale), gli intermediari, i dipendenti.
Il taglio a gran parte delle attività di formazione (se non quella più tecnica) sta a testimoniare in qualche misura la sfiducia nella prospettiva di una evoluzione delle persone che vivono in azienda, nella possibilità che vi siamo spazi di crescita, nella speranza che vi sia un “domani” in cui le persone siano gli attori attivi di un cambiamento non solo atteso ma necessario.
La prudenza che molte realtà sottolineano, come emerge anche nell’indagine, nei confronti dell’innovazione, intesa come la volontà di mettere in campo le diverse intelligenze per un ripensamento non solo a livello di sistema di offerta ma anche di modello di business, attesta anch’essa la pervasività di una sindrome da 2012 (in attesa della fine del mondo).
Ma per fortuna non è così: l’indagine previsionale ci conferma che un futuro esiste. Che vi sono interessanti opportunità, forse un po’ faticose, forse non sempre semplici da individuare o meglio da reinterpretare all’interno delle singole realtà, forse non svincolate dalla necessità di investire non solo denaro, ma anche intelligenza e entusiasmo da parte di tutti.
Il futuro è infatti fatto di relazioni, di condivisione con altri del percorso che si sta intraprendendo, di responsabilità non solo verso sé stessi ma verso il mondo intero, di recupero di un senso autentico e condiviso rispetto al proprio lavoro, ai prodotti e ai servizi che si propongono sul mercato, ai legami che si instaurano con gli “altri” (clienti, fornitori, ma anche concorrenti).
Cosa aspettiamo allora: iniziamo a muoverci (e a crederci) perché il futuro (non) ci aspetta!
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