
L’alveare del Service Motion: un nome, un programma.
Eppur si muove: nonostante la perfezione geometrica delle celle e l’intreccio vorticoso di arrivi e partenze, l’alveare della api industriose non è un monumento all’ordinecristallizzato in forme e in saperi destinati a conservarsi nel tempo così come sono. Al contrario è una rete fluida, che cambia forma e si muove senza posa per aggiornare in tempo reale la sua working knowledge: la mappa dei fiori e dei profumi con cui entrare in relazione, usando la macchina bene ordinata dell’alveare per ridefinire di volta in volta le mete, le direzioni, la divisione del lavoro più adatta al singolo progetto da realizzare. La rete si tiene non perché replica un ordine dato, ma perchè usa la forza coesiva dello spirito di servizio, per cui ciascuno definisce quello che fa e quello che pensa in rapporto ad uno scopo condiviso, dando valore al legame di appartenenza e al sentimento di una comune identità.
L’alveare che vedete in testa al blog esprime bene lo spirito con cui noi del T-Lab abbiamo immaginato il nostro pensare/progettare insieme. L’alveare, infatti, è una forma di intelligenza collettiva che nasce dalla specializzazione, dalla condivisione e dalla collaborazione delle singole api. Grazie a questa trama di dialoghi, di scambi e di doni, l’alveare pensa e fa più cose di quello che pensano e fanno le singole api che lo compongono. In questo modo, aiuta ogni singola ape a fare bene la sua parte, sapendo che ci sono altri che pensano a quanto serve per realizzare lo scopo comune.
Nell’alveare questo tipo di interdipendenza stabile tra specialisti che apportano conoscenze e risorse differenti, ciascuno è al servizio degli altri perché è al servizio di uno scopo e di una identità comuni. Lavorare in rete, in una logica di servizio, significa andare avanti nell’esplorazione del nuovo e del possibile sapendo che anche gli altri sono disposti a partecipare ai costi e ai rischi della scoperta, in vista del vantaggio comune che ne deriva.
Ma come accade a tutte le metafore, l’alveare evoca cose che ci piacciono, che cercheremo di mettere al centro delle nostre idee, e cose che non ci piacciono, che sono invece da perdere o da cambiare.
L’alveare ha tante cose che ci piacciono …
Dell’alveare ci piace innanzitutto il miele, e la sua dolcezza: il viaggiare insieme è più dolce se c’è il collante dell’emozione condivisa. Il servizio che conta è quello che muove sentimenti profondi ed emotivamente coinvolgenti.
Ci piace. poi, l’esplorazione: ogni ape parte alla ricerca del polline, nel grande mondo esterno, e torna all’alveare a spiegare ogni volta che cosa ha trovato e dov’è: è il principio chiave dell’economia della conoscenza, che ricava mappe condivise sommando l’esperienza di tanti esploratori
Infine, ci piace la danza: l’estetica della comunicazione corporea, il simbolismo dei ritmi e delle direzioni riprodotte nello spazio virtuale. Niente intellettualismi: convince più una danza fatta con passione che un trattato di cento tomi che nessuno avrà mai la pazienza di leggere.
…e alcune che proprio non ci piacciono
L’alveare, come molte delle ecologie prodotte da un millenario percorso di apprendimento evolutivo è un sistema che Maturana e Varela – due studiosi della complessità biologica – chiamerebbero logicamente chiuso, anche se operativamente aperto dal punto di vista della ricerca del cibo e delle opportunità nello spazio esterno. Regole e significati sono cioè frutto di una logica auto-referente che rimane sempre uguale a se stessa e che nessuna delle nostre api industriose, per quanto intelligente e “popolare” nella sua colonia, pensa di poter mai trasformare.
L’alveare-tipo, se ci pensate, assomiglia un po’ troppo ad una fabbrica fordista. E’ troppo ordinato, troppo monocorde, troppo ritualizzato nel ripetersi delle esperienze e delle espressioni. Per cui ha anche tante cose che non ci piacciono.
- non ci piacciono le specializzazioni irreversibili, cambiare ruolo aiuta a capire al complessità e il punto di vista degli altri;
- non ci piacciono le identità chiuse, che difendono strenuamente i confini rispetto all’esterno e alle sue diversità;
- non ci piace la gerarchia prefabbricata che impone a tutto l’alveare di servire la regina, monopolista del potere generativo e dunque del futuro collettivo
- non ci piace la fine che fanno i fuchi… , quando non servono più.
Un capitalismo creativo, al servizio del possibile e del nuovo
Insomma non ci piace la cappa del troppo ordine che, in natura, regna nell’alveare. Vorremmo che il nostro fosse, invece, un alveare postfordista in cui le api industriose prendono iniziative non programmate, reagendo alle circostanze e deviando dalle regole. Un alveare in cui la condivisione non elabora creativamente soltanto i mezzi, ma anche i fini per cui vale la pena di darsi da fare insieme.
Del resto, se bisogna esplorare ciò che non si conosce, più che un programma fissato in partenza, serve la passione per la scoperta. Quella passione che induce tutti gli attori della rete di condivisione a camminare – pericolosamente ma appassionatamente – sull’orlo del caos, alla ricerca di significati che non siano banali e ripetitivi. Trovando così, insieme, significati e modi di pensare nuovi.
L’esperienza, che ci fa amare il mondo, ne cambia anche il senso. E suggerisce nuove parole che nascono dalle precedenti. Il movimento che crea legami e dà corpo alle idee, diventa emozione condivisa.
Service Emotion, appunto.



